La storia di Giuseppe

Un soldato che va in guerra per colpa di un nome sbagliato ma che trova l’indirizzo giusto per la sua professione.

La prossima volta che entrate nel negozio di Ottica Lippi provate a chiudere gli occhi. Magari ci siete stati tante altre volte. O è la prima. O ci dovete ancora mettere piede.  Comunque provate a chiuderli per un attimo. Magari avete nel vostro cervello ancora presente la scia piacevole che ha generato quella forma di cortesia e di familiarità che aleggia in mezzo a quelle stanze. L’avete sentita ma non vi siete domandati perché, e soprattutto da dove viene?
Viene da lontano e da vicino nello stesso momento. Viene dall’incontro di un uomo e di una donna che in qualche modo vivono e sono presenti nello sguardo di chi vi sta intorno e che vi sta aiutando a scegliere lenti ed occhiali. Ma davvero quell’uomo e quella donna, si sono conosciuti ed amati in una fabbrica intitolata a Galileo Galilei? Forse – pensate – stiamo esagerando? No, è proprio andata così.

Siamo a Firenze, sul finire degli anni ‘30, nei laboratori ottici delle Officine Galileo, a Rifredi, un quartiere rosso vivo, decisamente operaio e popolare. La Galileo è un mondo, una grandissima fabbrica, un fiore all’occhiello della città.

È proprio in uno dei laboratori dove vengono realizzate lenti di precisione per scopo bellico che i due si conoscono: lei è giovanissima, ha appena 17 anni e lui invece è già un uomo di 33 anni.

Lui è un tipo brillante, si chiama Giuseppe, pieno di idee e di energia. Lei è timida, carina nonostante la tuta la lavoro. È già una di quelle donne ‘nuove’ che portano addosso il segno del cambiamento: al lavoro in fabbrica, giovanissima, in mezzo ad un mondo di uomini, eppure decisa a trovarsi uno spazio per farsi valere. I due si piacciono, si frequentano, si fidanzano e …
A lui però quel lavoro da dipendente sta un po’ stretto. Come tanti in quegli anni sente il vento di un cambiamento che sta spostando le lancette dell’orologio improvvisamente in avanti. Ha voglia di un lavoro in proprio. Nel ’39, poco tempo prima che Mussolini da Piazza Venezia annunci che l’Italia è in guerra, decide con altri soci di aprire una fabbrica per la produzione di lenti di precisione.
Lavorare in un settore strategico dedicato alla produzione bellica, per un paese in guerra, dovrebbe per legge mettere Giuseppe al riparo dalla chiamata alle armi, anche perché non è più un ragazzino.

Ma la burocrazia e il destino, in uno di quei casi che solo il fato può inventare, fanno il loro strano giro.

Si ritrova ugualmente a dover partire per la guerra, ma è la guerra che dopo poco arriva a Firenze.
Verso la fine dell’ estate del ’43 la città fu investita da una serie di bombardamenti alleati: in genere indirizzati a far saltare i collegamenti ferroviari. La fabbrica di Giuseppe che sorge a Rifredi vicino alla ferrovia viene praticamente rasa al suolo, tutta distrutta. Quando la guerra finì si trovò davanti alla possibilità di ripartire da zero con una nuova fabbrica o iniziare una attività di agente di commercio. Scelse con entusiasmo questa seconda.
Fu uno di quegli uomini che videro nello slancio dell’Italia del dopo guerra l’energia positiva ed  una opportunità da cogliere al volo. Ma non era solo l’Italia che aveva voglie di crescere e di sviluppare, anche la famiglia cresce e si allarga. In pochi anni nascono tre bambine bellissime: Franca, Gabriella e…

Giuseppe fa l’agente di commercio nel settore ottico, le cose vanno bene. In Italia mancano sia professionisti sia negozi qualificati e specializzati. In casa si continua a parlare di lenti, di occhiali… Così è destino che Franca diventi una delle prime donne diplomate optometriste in Italia. Fa una esperienza significativa presso Barberini, una azienda ottica di un carissimo amico di papà, e poi è pronta ad aprire il ‘suo’ negozio: Ottica Lippi. È in un edificio nuovo – nuovo che viene su veloce come i suoi sogni… è il 1968.

Adesso aprite gli occhi e guardatevi intorno.

Guardate gli occhiali, le vetrine, le novità, le mode e poi cercate di guardare dentro gli occhi di chi vi sta parlando. Quello che percepite e sentite, quel senso di ‘sentirsi a casa’, è nello sguardo di chi vi guarda. Se vi sembra di stare dentro una famiglia è perché realmente siete abbracciati ad una grande famiglia.

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